Big Data non ancora sfruttati a pieno in Europa

Big Data non ancora sfruttati a pieno in Europa

I Big Data sembrano essere ancora poco conosciuti e soprattutto poco utilizzati dalle aziende europee. Questo è il quadro che emerge dopo la lettura della ricerca fatta da IDC, una società che si occupa di consulenze e studi in ambito IT.

Analizzando infatti più di 1600 imprese sparse nel vecchio continente tra Italia, Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna, veniamo a conoscenza del fatto che ben il 53% delle aziende interpellate dichiarano di non elaborare le “montagne” di informazioni fornite da grandi dataset. Addirittura il 15% di esse non sa nemmeno bene cosa siano i Big Data. Impensabile quindi, lo sfruttamento di essi, per incrementare il business.

Tuttavia, anche se i Big Data non sono entrati nelle ottiche di tutte le aziende, vi è un buon 24% delle imprese contattate, che ha acquistato un’infrastruttura per catalogarli ed interpretarli e il 7% ha in previsione di farlo nell’immediato futuro.

I comparti che utilizzano di più i Big Data sono telecomunicazioni e media, com’era prevedibile. Sfruttando le grandi quantità di informazioni non elaborate, si può infatti capire non solo dove si trova il potenziale cliente, ma anche interagire con esso, comprendendo i suoi gusti. Anche per i servizi finanziari i Big Data sono importanti, anzi quasi fondamentali per profilare (e in seguito fidelizzare) il cliente. L’internet delle cose invia notizie utili per l’industria manifatturiera, mentre per quanto riguarda la cura del paziente, si prevede un’impennata positiva quest’anno. I servizi medici infatti, rilevano dai Big Data tante informazioni sul malato, migliorando la qualità delle cure e anche in questo caso, fidelizzandolo.

Secondo IDC, sembra che in Italia, ancora troppo spesso, lo studio dei Big Data sia attuato da alcune aziende solo in via sperimentale, anche se per esse è chiara la potenzialità delle informazioni ricevute. Nel nostro paese enormi dataset sono analizzati dalla pubblica amministrazione (per scovare gli evasori fiscali), nella finanza, nel retail (sempre per capire i bisogni del cliente e i suoi gusti) e per i trasporti.

Nonostante i Big Data non siano ancora del tutto “compresi” dalle aziende italiane, si stima un sempre maggior investimento per l’acquisto di infrastrutture per l’analisi e la comprensione di tutti questi dati. E non è tutto: stanno infatti pian piano diffondendosi anche i master post-universitari per formare operatori, o meglio “data scientist”, capaci di interpretare ed analizzare le informazioni fornite da enormi dataset. L’Economist ha nominato questa professione come la più sexy del ventunesimo secolo. Che dite, gli diamo ragione?