Cloud Computing pericoloso: di chi è la colpa?

Cloud Computing pericoloso: di chi è la colpa?

Cloud Computing, un termine entrato così prepotentemente nella lingua d’uso comune da dare quasi l’idea di un ladro che si intrufola furtivamente e in modo inaspettato, forse a rispecchiare la vera natura intima di questa tecnologia.

I nostri dati e la nostra privacy non sono al sicuro se il cloud computing è pericoloso. La nuvola sembra un ladro capace di assorbire la nostra vita digitale nascosta nei file che conserviamo, per poi farla piovere sotto forma di scandalo, preoccupazione e terrore sulle nostre stesse teste.

iCloud di Apple fa piovere nella nostra quotidianità le foto private di attrici e attori stranieri, Snapchat grandina con immagini e testi di conversazioni adolescenziali che sarebbero dovute sparire e il cloud computing di Dropbox squarcia il cielo con un fulmine di quasi 7 milioni di account rubati, che scende dalla nuvola a terra a ricordarci che non si usano le medesime password per tutti i servizi web (e che quegli account forse non sono stati rubati da Dropbox).

Una nuvola che genera tempesta non può essere così buona: è il giudizio degli utenti diffidenti. Una nuvola che annuncia bufera non può essere custode delle nostre vite, si dice e si legge da ogni parte. E in effetti non lo è: il cloud computing non sembra capace di garantire la privacy dei dati.

Ma una nuvola di per sé non è mai di tempesta. Lo diventa.

Cloud computing pericoloso per colpa di governi e aziende

Allora c’è da chiedersi perché questo cloud computing, che ci offre un senso di libertà (file sempre con te su PC e smartphone), si trasforma in un tifone capace di risvegliare quel senso di insicurezza e di incapacità umana che si prova quando ci si sente osservati e controllati da forze misconosciute.

Cosa rende il cloud computing pericoloso è difficile a dirsi, e forse lo stesso aggettivo “difficile” è solo un eufemismo.

Snowden, fautore dello scandalo che il mondo chiama Datagate, taccia il governo statunitense di aver sobillato le aziende promotrici del cloud computing, di averle corrotte e costrette a setacciare nel vapore acqueo delle nostre esistenze digitali in nome della patria e della pace territoriale. Il ragazzo punta poi il dito alle aziende IT stesse, vendute al governo USA per paura o protezione, e facenti parte di uno stesso sistema informatico che predilige la sicurezza dei file sui server aziendali o durante il trasferimento e non sul computer dell’utente.

“Riparatevi da Google e Facebook, copritevi dalla nuvola di Dropbox” grida al popolo del web Snowden, che nei suoi live stream da Mosca usa Google+, spiegando che soprattutto Dropbox non tutela la privacy per due ordini di questioni:

  • tecnologiche, perché detiene le chiavi di crittografia;
  • politiche, nel consiglio di amministrazione di Dropbox siede Condoleeza Rice, ex segretario di Stato “ostile alla privacy”.

A queste si aggiungono accuse di carenze strutturali al cloud computing, che portano all’efficacia di backdoor, malware e tecniche di phishing e hijacking.

Cloud computing pericoloso per colpa degli hacker

Un’altro problema che rende il cloud computing pericoloso sono gli hacker che per passione, fama e soldi sono pronti a carpire informazioni quanto più riservate possibile. Sembra un controsenso, ma il cloud viene “ladrato” a sua volta anche da coloro che hanno contribuito allo sviluppo, alimentando il malcostume dell’insider hacking, ovvero il perpetrarsi di violazioni da parte di chi va via dall’azienda e per ripicca o buona uscita rivela e distribuisce impunemente informazioni riservate.

Chi sono gli hacker? Cosa vogliono dai nostri dati? L’NSA e il governo USA hanno un volto (al massimo gli utenti possono prendersela con Obama), Apple e Google hanno i loro faccioni pubblici contro cui scagliarsi, lo stesso Dropbox è stato associato a Condoleezza Rice. Ma gli hacker? Che volto hanno o quale nome pubblico offrono, contro cui imprecare?

Cloud computing pericoloso per colpa nostra

E ci si ritrova così soli a tal punto da capire che forse è il caso di imprecare anche contro noi stessi, contro la nostra necessità di essere onnipresenti online, forse per compensare quella voglia di onnipotenza che la vita reale ci nega.

Affidiamo tutto al cloud computing, che ci dà un così alto senso di libertà da non riuscire più a distinguere cosa è bene mantenere privato e cosa è opportuno mettere online. Siamo così concentrati su noi stessi da pensare che oltre al sevizio cloud non ci sia nessuno. Siamo così inconsapevoli che non ci preoccupiamo nemmeno di informarci e formarci sui sistemi di doppia autenticazione, sull’importanza della scelta delle password e via discorrendo. Così, usiamo sempre le stesse password, semplici, per non dover fare uno sforzo di memoria e difendiamo a parole la nostra privacy.