La crisi dell’editoria e la crossmedialità

La crisi dell’editoria e la crossmedialità

Che l’editoria stia subendo un attacco e un cambiamento non è certo una novità. Negli ultimi dieci anni le nuove tecnologie, i nuovi device e l’espansione della rete e delle sue potenzialità hanno messo in crisi le certezze di un mondo che da decenni stringeva saldamente il monopolio dell’informazione e dell’editoria.

L’attacco a questo mondo di carta viene portato avanti ogni giorno dalla diffusione di fonti di notizie indipendenti in rete, dai social network, dalle nuove modalità di comunicazione e fruizione. Un fenomeno che interessa tutto l’Occidente e che possiamo riassumere in: calo significativo delle vendite di quotidiani e riviste cartacee, con conseguente diminuzione dei profitti derivanti dalla pubblicità. I numeri, in questo caso parlano chiaro: negli Stati Uniti il numero di quotidiani venduti è passato dai 63 milioni di venticinque anni fa ai 43 milioni attuali. Ancora, sempre negli USA, il volume degli investimenti in pubblicità, che nel 2009 toccava i 47 miliardi di dollari, nel 2009 non ha superato i 36. Dite che sono tragica? Rispondete a questa domanda, allora: se volete leggere un quotidiano preferite uscire, salire in macchina, guidare fino all’edicola, comprare il giornale e tornare a casa, oppure accendere il vostro tablet e navigare in pigiama sul vostro amato divano tra i più importanti siti d’informazione? Ecco.

La crisi dell’editoria, però, ha un aspetto paradossale: mentre giornali falliscono e le vendite diminuiscono, il consumo di notizie registra un aumento. È il segnale che il mondo dell’editoria non ha saputo fino a qui intercettare il cambiamento, fare le giuste mosse per cavalcare questa nuova disponibilità e domanda di news. Questa è la tesi espressa da Fabio Cavallotti, in un articolo apparso su internet ormai qualche tempo fa, ma ancora attuale nel quale le case editrici venivano accusate di non aver saputo incontrare internet. Più precisamente lo sbaglio da parte delle case editrici è stato quello di abbracciare, negli anni Novanta, la filosofia del web tutto gratis proponendo contenuti non a pagamento e affidandosi agli introiti pubblicitari. Una strategia che si basava sulla fiducia nel mantenimento del monopolio e che è andata in pezzi quando sono apparsi siti nativi del web che affiancavano giornali e riviste proponendo contenuti.

Ora tentare le vecchie vie sembra impossibile. Le entrate pubblicitarie difficilmente torneranno ai livelli pre crisi, senza contare che l’evoluzione dei media sembra andare in un altro senso, decisamente contrario. Le strade aperte per l’editoria, ora, si chiamano crossmedialità e convergenza: integrare questo mondo con le nuove tecnologie, difendere il valore economico della stampa attraverso nuove modalità di proposizione al pubblico e di fruizione.

Vorrei addentrarmi brevemente in queste nuove prospettive, proponendovi due brevi definizioni per capire ciò di cui parliamo attraverso la penna di qualcuno più autorevole di noi. Max Giovagnoli, autore di “Cross-media – Le nuove narrazioni” (Apogeo, 2009), spiega nel suo libro che un racconto convergente è quando «vengono distribuiti gli stessi contenuti all’interno di piattaforme editoriali diverse, per quanto perfettamente integrate tra loro», mentre un racconto crossmediale è «declinato su più media distribuendo in ciascuno di essi contenuti originali, unici e tra loro complementari o addirittura antagonistici».

La crossmedialità sembra così essere un processo comunicativo al centro del quale è posto il lettore-fruitore che interagisce in un suo particolare modo con il racconto.

Gli utenti web richiedono sempre più informazioni, i social network e i motori di ricerca si attrezzano a fornire news personalizzate, pronte a rispondere alle esigenze più particolari. L’interazione, i commenti, la condivisione sono le parole chiave di questo nuovo sviluppo. Cosa comporterà questo nuovo approccio all’informazione sul nostro modo di vedere e comprendere il mondo? Stare al centro delle novità, senza più riceverle passivamente, può forse portare con sé il rischio di non conoscere più davvero qualcosa di nuovo?

Come sempre, a voi i commenti!