Google Wave: la storia di un grande fallimento

google_wave2Un anno fa di questi tempi imperversava la wave-mania: l’intera blogosfera aspettava il lancio del tool collaborativo di Google come l’inizio di un nuovo web, più rapido, intuitivo, efficiente, produttivo.

La prima settimana c’è stato chi avrebbe venduto la madre per ricevere un invito a provare il tool. I più furbi, anzichè qualche parente, hanno provato a vendere direttamente l’invitation stessa. D’altra parte, si capiva bene l’importanza di esserci: Wave avrebbe reso il web più rapido, intuitivo, efficiente, produttivo.

La seconda settimana, il pensiero più diffuso è stato: “Figata, sono su Google Wave! E adesso cosa ci faccio?!”. In pochi osavano ammettere che il sistema era un disastro: lento, difficile, dispendioso, inconcludente. Le potenzialità erano chiare a tutti. Come sfruttarle, complice anche uno sviluppo non avanzatissimo, decisamente no. I guru del web stavano già riservando le loro attenzioni ad altro. Il sottoscritto, per fortuna, dopo aver considerato di mettere mano al portafogli per acquistare il primo desktop client disponibile sul mercato, ci ripensava, in attesa che gli early adopter gli mostrassero come utilizzare Wave per fare in modo che il web fosse più rapido, intuitivo, efficiente, produttivo.

La terza settimana Google Wave assomigliava al soggiorno di una confraternita la mattina dopo la festa: un gran casino in giro, qualcuno ancora addormentato sui divani, ma in buona sostanza deserto. La gente aveva cominciato a sospettare che per avere un web più rapido, intuitivo, efficiente e produttivo forse si sarebbe dovuto aspettare ancora qualche tempo.

Non vi nascondo che per alcuni mesi ho fatto il figo in giro dicendo che io e i miei colleghi europei avevamo abolito i web meetings in favore di wave collaborative: in parte era vero, ma come spesso succede anche nei più tradizionali e offline dei circoli sociali, per una o due persone che si davano da fare per animare l’ambiente, gli altri vivacchiavano facendosi vedere sempre meno.

Ho usato Google Wave, e in parte l’esperimento è stato certamente costruttivo. Ma ho mollato la presa assai prima dello scorso maggio, quando rumors di una possibile “interruzione” di Wave da parte di Google (indiscrezioni rivelatesi azzeccate) hanno cominciato a diffondersi. l gruppo di FriendFeed Italia su Wave è desolatamente privo di aggiornamenti ormai da mesi. Un classico caso: le grandi case hanno tempo e risorse solo per i progetti di successo: le buone idee che non tirano finiscono per andare open source ad occupare il tempo di qualche irriducibile appassionato.

Nella speranza non troppo convinta, certamente romantica, che a rendere il web più rapido, intuitivo, efficiente e produttivo forse potrà essere qualche solitario eroe, meglio se nel tempo libero.