Server o stufa? Il cloud green si misura, non si promette

I giganti consumano come un Paese

Uno dei più grandi colossi del cloud consuma ormai tanta elettricità quanto un intero Paese europeo, la Danimarca. Dal 2020 i suoi consumi sono cresciuti del 244% e le sue emissioni dell’80%: +25% solo nell’ultimo anno. Un altro gigante ha aumentato i consumi elettrici del 37% in dodici mesi, e le emissioni del 18%. È il salto più grande della sua storia.

Sono i dati dei loro report di sostenibilità, pubblicati quest’estate. E c’è un dettaglio che mi colpisce più dei numeri assoluti. Uno dei due copre il 100% dei consumi con acquisti di energia rinnovabile, eppure le emissioni salgono lo stesso. Circa l’80% della sua impronta nasce nella filiera: costruzione di data center, produzione di chip e server. Lì nessun certificato verde arriva.

Il quadro generale non è diverso. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 i consumi elettrici dei data center sono cresciuti del 17%, quelli dedicati all’intelligenza artificiale del 50%. Entro il 2030 raddoppieranno, fino a circa 950 TWh. Gli obiettivi climatici dei giganti restano lì, al 2030 e al 2040. Sempre più lontani.

Il problema non è l’AI. È il modello.

Non penso che i giganti siano i cattivi della storia. Penso che il loro modello abbia un difetto strutturale: costruire sempre di più, sempre più grande, e promettere di compensare dopo. È una corsa in cui l’efficienza arriva sempre seconda.

Nel nostro settore c’è un’idea sbagliata e molto diffusa. Che essere moderni significhi avere sempre l’hardware più nuovo, la capacità più grande, il servizio in più. Io la vedo al contrario:

«Essere all’avanguardia non significa cambiare server più spesso. Significa fare più lavoro, consumando meno.»

La sostenibilità non si annuncia con un obiettivo a quindici anni. Si misura, oggi, con numeri che chiunque può verificare. E per misurarla serve un’infrastruttura di cui sai esattamente cosa fa, quanto consuma e perché è accesa.

Del prima non sappiamo nulla. Del dopo sappiamo tutto.

Quando un cliente arriva in Artera da un grande cloud pubblico, succede sempre la stessa cosa. Proviamo a capire quanto consumava prima, e non ci riusciamo. Nessuno lo sa: né noi, né spesso il cliente stesso. Del dopo, invece, sappiamo tutto, al dettaglio e in automatico.

Questa differenza, secondo me, è il vero punto della sostenibilità digitale.

Nel cloud pubblico a consumo il sistema premia lo spreco. Si accende un’istanza in più “per sicurezza”, si moltiplicano i servizi, si dimenticano risorse accese da mesi. La bolletta varia, e nessuno ha davvero il quadro.

Artera fa un’altra cosa: cloud privati managed, che diventano parte dell’azienda del cliente. In pratica significa:

  • meno servizi, ognuno con un motivo per esistere;
  • più centralizzati, quindi più facili da ottimizzare;
  • costi flat e trasparenti, non a consumo: il cliente sa quanto spende, noi sappiamo cosa gira;
  • stabilità, perché un’infrastruttura progettata su misura non si gonfia a ogni picco.

Un cloud che conosci è un cloud che puoi rendere efficiente. Uno che non conosci puoi solo pagarlo.

Le nostre carte, scoperte

Se critico gli altri, devo mostrare le mie carte. Tutte, anche quelle meno belle.

Circa 300 server. Non migliaia di capannoni: un’infrastruttura che conosciamo macchina per macchina.

PUE medio di circa 1,3 sulle farm del gruppo DHH. Vuol dire che per ogni kWh che arriva ai server ne spendiamo circa 0,3 per raffreddamento e tutto il resto. Il valore ideale è 1,0: ci stiamo lavorando, ma è un numero onesto.

Lugano, Breganzona. Il data center Swisscom acquista elettricità rinnovabile dal 2010. Lo spiego bene, perché è qui che nasce molto greenwashing: la quota non rinnovabile della rete è coperta da garanzie d’origine certificate. Non significa che ogni elettrone arrivi da una diga. Significa che quella produzione rinnovabile è tracciata e non viene contata due volte.

Zurigo, Rümlang. Il data center NTT usa free cooling, cioè l’aria esterna quando è abbastanza fredda, e recupera il calore con pompe di calore per scaldare uffici e impianti. Ha la certificazione ISO 50001 per la gestione dell’energia. Il 100% rinnovabile qui è un obiettivo dichiarato al 2030, non ancora un fatto. Preferisco dirlo io.

Antincendio a gas inerte. A Zurigo lo spegnimento usa argon o azoto, gas già presenti nell’aria, invece di agenti chimici con impatto sul clima.

Ridondanza, sì. Gruppi elettrogeni e UPS consumano risorse, e non ci rinunciamo: la continuità del servizio è il nostro mestiere. Proprio per questo ogni altra scelta deve essere efficiente.

Ciclo di vita dell’hardware. Qui sta, secondo me, la parte più sottovalutata. Gran parte dell’impatto di un server nasce quando viene prodotto, non quando è acceso. Più a lungo lavora bene, meno pesa. Il nostro metodo:

  1. installare un server dimensionato sul bisogno reale, senza capacità inutile;
  2. sfruttarlo bene, consolidando i carichi e monitorando i consumi;
  3. mantenerlo e aggiornarlo finché resta sicuro, affidabile ed efficiente: in media dai 3 ai 5 anni;
  4. sostituirlo solo quando il beneficio reale giustifica costo e impatto del nuovo;
  5. cancellare i dati in modo verificato, poi riusare e ricondizionare; riciclare solo ciò che non è più utilizzabile.

L’AI nel posto giusto

L’intelligenza artificiale consuma molta più energia delle tecnologie tradizionali. Su questo i giganti hanno ragione. Dove sbagliano, secondo me, è nell’idea che ogni domanda debba passare dal modello più grande, nel data center più grande, dall’altra parte del mondo.

La maggior parte dei casi d’uso reali di un’azienda (riassumere documenti, classificare richieste, rispondere ai clienti) non ha bisogno di un modello gigante. Ha bisogno del modello più piccolo che fa bene quel lavoro.

Nel gruppo DHH abbiamo costruito Regolo.ai, un servizio europeo di inferenza con modelli open. Gira su server GPU in data center europei alimentati al 100% da energia rinnovabile, raffreddati senza consumo d’acqua, con certificazione ISO 14001. E soprattutto mostra quanta CO₂ produce ogni modello che usi. Così la scelta del modello diventa anche una scelta ambientale, fatta con i numeri davanti.

È lo stesso principio del cloud privato: se puoi misurarlo, puoi ridurlo.

Per le agenzie: “il vostro hosting è sostenibile?”

Se sei un’agenzia web, prima o poi un cliente te lo chiederà. Non rispondere “sì, è green”. Rispondi con i numeri. Ecco le domande da fare al tuo provider, e le nostre risposte.

Domanda da fare al providerLa risposta di Artera
Qual è il PUE dei vostri data center?Circa 1,3 di media sulle farm del gruppo
Da dove arriva l’energia, e come è certificata?Lugano: rinnovabile dal 2010, con garanzie d’origine. Zurigo: free cooling e recupero di calore, 100% rinnovabile come obiettivo al 2030
Quanto resta in servizio un server?In media 3-5 anni, con aggiornamenti mirati invece di sostituzioni a calendario
Che fine fanno server e dischi dismessi?Cancellazione dati verificata, poi riuso e ricondizionamento; riciclo solo se non utilizzabili
Pago a consumo? Sapete quanto consuma la mia infrastruttura?Costi flat; i consumi sono misurati in automatico
E l’intelligenza artificiale?Inferenza su Regolo.ai: energia rinnovabile, nessun consumo d’acqua, CO₂ visibile per modello

Se il tuo provider non sa rispondere alla prima domanda, hai già la risposta alla tua.

Una stufa con un indirizzo IP

I giganti continueranno a costruire. Va bene: il mondo ha bisogno di calcolo, e l’AI non tornerà indietro. Ma ogni azienda può scegliere da che parte stare. Può scegliere un’infrastruttura misurata invece che promessa, dimensionata invece che gonfiata, e tenuta in vita finché lavora bene.

Io, ogni volta che guardo un rack, mi faccio una sola domanda. Questa macchina sta facendo lavoro utile?

Perché se non fa lavoro utile, non è un server: è una stufa con un indirizzo IP.

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